
Nel
1559, allorchè alcuni Lonatesi, per cause tuttora non ben chiarite, perpetrarono
un furto di bestiame in quel di S. Antonino, «aliquas bestias loci S.ti Anonini»,
abbiamo notizia delle famiglie di Gaspare de Rubeis, di Antonio Piantanida,
Antonio Pietro Canziano, preposti alla soluzione della vertenza; anteriormente
sindaco della loca le Comunità era Pietro Camino e console Cristoforo Giudice
(1552). Come si vede, parecchi di tali nomi esistono tuttora.
Ma passata la peste, successe tosto la guerra. Se a quei tempi la zona di combattimento era ristretta massime per il pur sempre limitato numero delle milizie e la scarsa gittata dell'artiglieria, larga era, al contrario, la zona dove gli eserciti prossimi al confronto cercavano sostentamento mediante la violenza e il saccheggio.
Consolidata la loro potenza agli inizi del sec. XVII, gli Asburgo miravano a far sì che i due rami d'Austria e di Spagna (possessore il primo delle terre transalpine, padrone il secondo della Spagna) congiungessero in Italia i loro eserciti vittoriosi. Chi vigorosamente contrastava codeste mire era il piccolo Piemonte con alla testa Carlo Emanuele I di Savoia, il quale anzi, sottoscritto con la Francia il trattato di Rivoli (1635), aspirava alla Lombardia proponendo un contributo di 6000 uomini e 1200 cavalli. I fatti d'arme che ne seguirono presero il nome di «periodo francese» della Guerra dei Trent'Anni, ma non bisogna dimenticare che le azioni ch'ebbero teatro le pievi di Dairago e di Gallarate furono rallentate dall'antagonismo esistente tra Vittorio Amedeo I di Savoia (figlio e successore di Carlo Emanuele I) ed il francese maresciallo di Crèquì, le figure più spiccate del tempo, che la sorte portò ad agire sul nostro suolo.
I collegati Franco-Sabaudi pervennero al Ticino solo nell'estate del '36 allorchè i nemici spagnoli - non del tutto logorati dalla campagna di Valtellina - raggiunta Abbiategrasso ed accampati intorno a Castano, erano decisi ad un attacco a fondo per annullare il vantaggio acquisito da parte francese con le «trincere et fortificationi della brughiera». Il 15 giugno il Governatore Leganés - leggiamo nel ms. 2367 della Biblioteca Nazionale di Madrid, la cui direzione ci inviò i relativi microfilms, «... en compañia del marques del los Balbases y de don Francisco de Melo, que eran ministros de Su Magestad que assentian al marqués [governatore], llegados aquella misma noche a Pavia, tuvieron nuevas que los enemigos se avian adoperado del puesto de Olegio qe que se para el rio Tesin, y que el Duque de Crequì con su gente le avia aya pasado haviendo descado un puente de barcas, que trahian sobre carros aquartelandose en la casa que llaman de la Camara, sitiada en el principio del Noviciado Grande (sic, leggi Naviglio Grande) que viene a Milan. Por esta novedad - prosegue il documento - se embiò orden al Capitan cambacorta que quedò en Tortona con la mayor parte de la gente, para que con ella marchasse en dota diligencia a la inseta, de Villagrassa (Abbiategrasso), en cuyo contorno se havia ya tado orden para juntarse los demàs que se allasse en esta parte del Po... » (sic).
L'autunno precedente, conclusa a suo pieno favore la campagna di Valtellina (giu.-nov, 1635), il Duca Enrico di Rohan, capo dei protestanti di Francia, tentò al nord, precisamente dal ponte di Lecco, l'invasione del Milanese. Suo proposito - si comunicava da parte spagnola - era infatti quello di «colegir e juntarse con Saboya y Crequì en tres o quatro dias por el camino de las Tres Pieves, para cuyo efecto avia hecho hazer cantitad de raciones de pan»; anzi, era di massima stabilito che i tre eserciti alleati sarebbero entrati a Milano «cada uno por su parte».
Gli
invasori, dal 14 giugno (giorno del passaggio del Ticino) al 22 giugno (giorno
della Battaglia) dilagarono specie nella pieve di Dairago in cerca di bottino,
senza alcun riguardo per le persone e gli edifici sacri. Lonate ebbe a soffrire
seri danni prima e dopo la battaglia e fu preso di mira da soldatesche per i
suoi numerosi conventi, divenuti rifugio degli averi dei borghigiani. Va notato
che il Duca di Savoia visitò di persona il paese e prese provvedimenti affinchè
le molestie e le violenze alle monache cessassero. Tuttavia le sentinelle poste
a guardia dei cenobi, osserva il Mastalli, finirono per divenire le migliori
alleate degl'invasori.
A Lonate che allora contava poco più di 1500 abitanti, i Francesi entrarono il 16 giugno: spogliarono il monastero di S. Maria degli Angioli e, a quanto riferisce il notaio gallaratese G. C. Lomeno, misero il paese a sacco. Ferno, Cascina del Manzo (oggi S. Macario), Cardano, Verghera, Arnate e Gallarate stessa ebbero furti e gli abitati subirono taglie e violenze d'ogni genere. La situazione era senza dubbio grave.
A Castano ad esempio, fu considerevole il danno subito dalla chiesa maggiore di S. Zenone; a Nosate fu depredata la chiesa tanto che il parroco fu costretto a celebrare nell'oratorio di S. Maria in Binda; a Turbigo parimenti fu danneggiata la chiesa, col furto di parte del corpo di S. Felicita; a S. Antonino, infine, più nulla o quasi rimase dopo una incursione di Francesi durata più giorni (17, 18, 19 giugno).
Il Ripamonti, che visse quelle ore di ansia lasciandocene ampie tracce nelle sue opere, riferisce che un manipolo di militi scelti spagnoli, all'alba del 22 giugno, giorno «cruel y infausto para Italia, vaticinando por grande y dudoso» - così veniva giudicato a Madrid - si scagliò per primo contro gli avamposti francesi dando inizio allo scontro, mentre è noto che la lotta, estendendosi progressivamente a tutti i settori dello schieramento, fu violenta sino al tramonto. Anzi, «erano già le tre hore della notte - scrive in proposito il Fossati - quando le armi vennero finalmente deposte». E, si noti, soltanto le perdite subite dai contendenti determinarono, senza per altro accordi particolari, l'allontanamento dei due eserciti dal campo di battaglia.
Un
certo peso in questa comune decisione ebbero indubbiamente il ferimento a morte
sul campo di Gherardo Cambacorta. Si trattava, come noto, di un valoroso
sperimentato capitano di Napoli al servizio del Re di Spagna: «... adelantando
Gerardo Camba Curta, general de la Cavalleria de Naples, una tropa para cerrar
una desembocadura que avìa en el foso [cioè facendosi avanti con una squadra per
chiudere una breccia prodottasi nel fossato], muriò - si legge nel ms. 2367 di
Madrid - de dos mosquetaços, que lo dieron al pie de la fortificaciòn del
nemigo», il che conferma, oltretutto, la versione dei «missili duo» del
Ripamonti.
Quanto alle perdite, le valutazioni sono, come spesso accade, discordi. Secondo il botta gli Spagnoli ebbero più di duemila morti e i collegati Franco-Sabaudi solo quattrocento. Secondo il notaio Lomeno i collegati avrebbero perduto quattromila uomini e gli Spagnoli millecinquecento compresi i feriti. Per tale questione abbiamo d'altra parte un buon punto di riferimento. Esso è costituito dai documenti racchiusi nel legajo 3344, serie «Secretaria de Estado», dell'Archivio Generale di Simancas, i quali ridimensionano la faccenda. Infatti, in un dettagliato rapporto del Governatore di Milano indirizzato al monarca spagnolo in data 25 giugno 1636 sta scritto che «la cantitad de los muertos y heridos no pasa de 1300 hombres», ma che «la perdida de lo Franceses ha sido mayor sin comparaciòn». Da parte sua il citato ms. 2367 della Biblioteca Nazionale di Madrid ci dice quanto segue: «Despues de retirado nuestro esercito en Villagrassa (così è sempre chiamato Abbiategrasso), se pasò muestra de toda la gente [si passarono in rassegna tutti i superstiti], y se allò por los officiales que avian muerto hasta ducientos [fino a 200] y heridos discientos [feriti 1000], entre los cuales muriò el valiente Gerardo Gambacurta, general de la cavalleria»; e il manoscritto così continua: «... herido malamente el Maestre de Campo del Tercio de Napoles Don Antonio Sotelo, el Marquès de Mortara tambien Maestre de Campo, y otro coronel de Alemaña, hombre insigne por sus armas; de los capitanes entre muertos y heridos de diferentes naciones hasta vientritres; de los enemigos se tuvò aviso... que fueron los muertos tres mil y otros tantos heridos entre los cuales muriò el mayorazgo del Duque de Crequì y un sobrino suio. Capitanes fueron los muertos treinta y cinco y quatro Maestres de Campo y el Duque de Saboya, herido en una pierna [ferito ad una gamba]».
"La Battaglia di Tornavento"
particolare dell'affresco di Giovanni Antonio Molineri (Savigliano, 1577 - 1631)
Palazzo Taffini D'Azeglio, Savigliano (Cn)
L'importanza di questo inedito passo non può esimerci dal riprodurne la traduzione letterale. Si osservi, al tempo stesso, che le cifre di Simancas e Madrid corrispondono, in linea generale, a quelle fonti francesi, compendiate sia nel cospicuo fondo della Bibliothèque Nationale, sia in quello (prospettatoci testè dall'archivista Sig. G. Dethan: Correspondance politique, France-Italie) del Ministero degli Esteri di Parigi:
«Il numero di morti e feriti non supera i 1300 uomini, ma le perdite francesi sono maggiori senza confronto. Si constatò che il numero degli ufficiali (spagnoli) feriti ascende a 200 e quello dei feriti a 1000, tra i quali cadde il valoroso Gherardo Gambacorta, generale della cavalleria; ferito malamente restò don Antonio Sotelo, mastro di campo (o generale) del Terzo di cavalleria, il marchese di Mortara pure mastro di campo e altro colonnello tedesco, uomo molto importante per il suo esercito. Il numero dei capitani morti e feriti di varie Nazioni ascende a 23. Si ebbe poi avviso che i morti del nemico (ossia francesi) furono 3000 e altrettanti i feriti, tra i quali caddero il luogotenente del Duca di Crequì ed un suo cugino. I capitani francesi morti furono 35 più 4 mastri di campo, mentre lo stesso Duca di Savoia riportò una ferita ad una gamba... ».
Giova da ultimo notare che il Crequì avrebbe voluto approfittare delle circostanze per puntare rapidamente su Milano, ma a ciò si oppose il Duca di Savoia (presente con i suoi piemontesi alla fase cruciale della battaglia, dopo qualche scorreria sulla riva novarese del Ticino, secondo alcuni cronicisti), date soprattutto le condizioni d'esaurimento delle truppe collegate. Pertanto queste ultime - scrive il Fossati - ripassarono il Ticino concentrandosi nei rispettivi quartieri. Degli Spagnoli, parte rifece il cammino del giorno innanzi riattraversando Castano e raggiungendo i quartieri di Abbiategrasso, parte si attendò presso Lonate e mosse, in un secondo tempo, alla volta di Gallarate e Somma con alla testa il Governatore Leganés.
A questo proposito, Don Nicola Cid, uno dei comandanti spagnoli in una lettera spedita al Re in data 30 giugno, scriveva: « ... Ellos [i Francesi] se han estado quedos en sus puentos no dexado quemar [incendiare] algunos lugares del Milanes, y nos ostro en Villagrassa haziendo un puente de barcas sobre el Tesin para poder pasar el Novares si fuere menester »; e continuava dicendo che « con la llegada del Conte de Monterrey, que se espera por oras, y otro tres mil Alemanes que vienen de lo sde Slesia [potrà il Léganes], sin duda quìtar el orgullo de los enemigos [soffocare l'orgoglio dei nemici]».
La lettera di Nicola Cid si trova nel citato legajo 2244 dell'Archivio di Simancas.
Scampato dunque il pericolo d'uno sfondamento sul Ticino e contenuto a Lecco l'esercito riottoso in Valtellina, i Milanesi provvidero a rafforzare il confine brianteo con nuove milizie tedesche e la linee della Val d'Olona con presidi di gente fresca.