PREFAZIONE

 

“Questi sono quegli uomini che furono tanto famosi e temuti nel mondo,

quelli che sottomisero principi e dominarono nazioni, quelli che conquistarono

provincie e dettarono  legge in gran parte d'Europa."

Francisco de Melo 

Con questo documento redatto a San Sebastian il 18 dicembre 1724, su richiesta del suo Colonnello don Antonio de Salas, il Marchese di Mirabel, in qualità di Maestre de Campo di suddetto Tercio, in Italia per undici anni diede conto al Consiglio di Guerra dell’antichità di questo Reggimento, esprimendosi in questi termini:

Nei suddetti undici anni in cui fui Maestre de Campo mi dedicai con il massimo impegno a conoscere la sua antichità e, avendo fatto autenticare i documenti conservati nel Castello di Milano e quelli della  Ragioneria Generale di quello Stato, scoprii che, al tempo di Carlo V, mentre questo Principe era in guerra con Solimano, egli scrisse in Spagna affinché gli fossero mandati quattromila Spagnoli per la sua difesa. Dal momento, poi, che questi avevano dato prova di grande valore in quel conflitto, egli rimase soddisfatto ed, essendo innamorato di questo paese, si dispiaceva molto di doverli, secondo gli accordi, mandare in Spagna, come in effetti fece per non venire meno alla parola data. Questi arrivarono, dunque, fino a Genova, diretti verso il suo inviato in quella Repubblica, al quale scrisse chiedendo che, con astuzia, facesse in modo che ritornassero allo Stato di Milano in cambio di numerosi vantaggi e grandi concessioni. Di fronte a tali onori, essi acconsentirono con gioia a recarsi a Milano. Da questa gente si formò il Tercio de Lombardia. Allo stesso tempo egli inviò in Spagna un messaggio in cui si richiedeva un altro tercio, che giunse ed ebbe il nome di Tercio de Saboya, il quale si mantiene e al quale è stata attribuita l’antichità nello Stato di Milano (dopo la denominazione di Lombardia), senza che nessuno degli altri l’abbi mai contestata. Di tutto il riferito ottenni un CERTIFICATO che fosse SEMPRE valido e lo conservavo nella mia casa di Milano con MOLTI ALTRI DOCUMENTI importanti; a seguito del saccheggio per mano nemica che subii, perdetti questi e tutto il resto.”

Juan Antonio Samaniego

Dissertazione sull’antichità dei Reggimenti. Madrid 1738.

 

REGGIMENTO DI FANTERIA MECCANIZZATA “SABOYA” N. 6

STUDIO DOCUMENTARIO SULLA BATTAGLIA DI TORNAVENTO (LOMBARDIA) DEL 22 GIUGNO 1636.

 

1.  INTRODUZIONE

In questo nuovo secolo, che comincia nel segno del ritorno delle Forze Armate Spagnole a un modello di Esercito Professionale di dimensioni più ridotte, ma più efficace, è sempre più diffusa la volontà (già sentita in precedenza) di recuperare, con i pochi Reggimenti di Fanteria esistenti, le vecchie e gloriose tradizioni militari dell’Arma.Il Reggimento di Fanteria Meccanizzata “Saboya” N. 6, la cui origine e fondazione risale all’anno 1537 a Milano riunendo parte delle forze veterane del Tercio Ordinario dello Stato di Milano, è una delle unità più antiche di Spagna e, perciò, del mondo. Da qui l’importanza, ora che in ambito internazionale lavoriamo fianco a fianco con eserciti alleati, di dare alle nostre unità la collocazione che la Storia riserva loro di diritto.E’ all’interno di questa cornice, e a seguito della richiesta da parte dell’Addetto alla Difesa in Italia, l’illustrissimo Colonnello D. Jaime Col, di sostegno documentario in riferimento alla battaglia di Tornavento (22 giugno 1636) che viene rievocata ogni anno a Lonate Pozzolo (Varese), che questo studio riassuntivo dei dati a nostra disposizione intende collocarsi.E’ anzitutto desiderio di questo Reggimento, l’antico Tercio de Saboya, avvicinarsi il più possibile ad una terra ed una popolazione che lo videro nascere e per la difesa delle quali continuò a versare tanto sangue tra il 1537 e il 1707, con la speranza che quanto presentato in questa sede abbia, in futuro, utilità ed interesse.

2. RIFERIMENTI STORICI

Per una migliore comprensione delle informazioni qui presentate, verrà abbozzato lo sviluppo degli eventi che compaiono nelle nostre fonti storiche sull’epoca in questione.

Questa si colloca all’interno della Guerra dei Trent’Anni: nel 1628 Luigi XIII di Francia in persona capeggia le forze che pretendono di mettere rapidamente fine alla presenza della Corona spagnola e della Casa d’Austria nel Milanesato e in Lombardia. Iniziata la campagna agli ordini del Generale spagnolo D. Gonzalo de Córdova, questi decide di prendere come sua sede Casale Monferrato, dove accorre il Tercio de Saboya. Già nel 1629, e al comando del Generale Marchese de Espinosa, a seguito dell’entrata di un numeroso esercito francese nel Ducato di Savoia l’accampamento deve essere abbandonato per tornare ai domini nel Milanesato, dal momento che sarebbe impossibile continuare a mantenere posizioni doppie.Nel 1630, una volta rinforzato l’esercito di Sua Maestà Filippo IV e protetto al lato nord dalle truppe imperiali, passò all’offensiva. Il Tercio de Saboya assedia e occupa le località di Chivas de Rabean e Berrua; successivamente, dopo aver battuto una piccola divisione nemica che gli si oppone vicino a Acqui, si unisce al grosso dell’esercito nel nuovo accampamento di Casale Monferrato. A fine anno, a seguito dei negoziati di pace condotti ed influenzati da Julio Mazarini, ritorna alle sue guarnigioni più avanzate.

Dopo alcuni anni di relativa calma, nel 1635 riprendono le ostilità, quando è Maestre de Campo del Tercio de Saboya D. Fernando Zabala che, nel 1634, aveva sostituito D. Alonso Pacheco Girón che aveva detenuto questa carica dal 1618. Nell’incontro di Fiascherolo, agli ordini del Generale Marchese de Cervellón, D. Fernando de Zabala muore sotto i primi colpi. Le operazioni di quell’anno terminano con il soccorso a Valenza Po.Il 1636 comincia con la brillante azione di Cerano, nel Novarese, il 27 febbraio. Nel segno di questo trionfo, il Tercio de Saboya conquista diversi punti fortificati nello stesso territorio e i suoi successi nella zona sarebbero stati ancora più straordinari se non avesse dovuto unirsi al grosso delle truppe mandate dal Governatore dello Stato di Milano, D. Diego Mejia Felipe de Guzmán, I Marchese di Leganés, allo scopo di opporsi all’esercito franco-sardo che mira alla stessa città di Milano. Il duca di Savoia, Vittorio Amedeo, al momento alleato della Francia di Richelieu, procede nel Piemonte settentrionale e, al comando del Duca di Rohan, minaccia la Valtellina. Nel frattempo, un esercito francese di ottomila fanti e duemila cavalieri al comando del Maresciallo Crequí comincia a saccheggiare la riva destra del Ticino. Un piccolo distaccamento francese attraversa il fiume e costruisce una testa di ponte, presto sfruttata per issare un ponte su chiatte e far passare dall’altra parte il resto delle truppe, vicino alla diga di Tornavento. Qui si trincerano, dedicandosi al saccheggio della regione in attesa dei rinforzi necessari per cingere d’assedio Milano. Il Marchese di Leganés ha, nel frattempo, riunito le sue forze (incluso il Tercio de Saboya) e si è stabilito a sud est di Tornavento, distaccando una forte avanguardia nella località Castano per evitare una possibile uscita del nemico dalla propria trincea. Lo scontro delle due forze ha luogo la mattina del 22 giugno in quella che, successivamente, sarebbe stata chiamata la Battaglia di Tornavento.

Diecimila fanti e quattromila cavallerizzi si lanciano contro la trincea nemica: fu una grande ed aspra battaglia che durò quasi quindici interminabili ore.Verso la metà dello stesso giorno, le trincee sono assaltate e conquistate con gravi perdite nelle file del nemico che si ritira fino al ponte, consentendo così la distruzione della diga e la cattura della logistica ivi stanziata. Vedendo ciò, il Duca di Savoia invia le sue forze a soccorrere il malconcio Crequí, riuscendo così, non senza grande sforzo, a ricevere i Francesi. Essendo le truppe ormai esauste ed avvicinandosi la notte, il Marchese di Leganés decide di ripiegare verso la fortificazione di Abbiategrasso. Le truppe franco-sarde, stanche e disorganizzate, tornano sulla sponda destra del Ticino, lasciando il campo coperto di cadaveri.Il Tercio de Saboya combatté quel giorno sul lato destro, perdendo nella battaglia due capitani, un alfiere e novantatre soldati. In questo modo riuscì a contenere la più pericolosa invasione mai progettata ai danni del Milanesato dai tempi di Francesco I di Francia.Al termine della battaglia, il ruolo di Maestre de Campo viene, su indicazione del Marchese di Leganés, conferito a D. Francisco de Paredes, già capitano del Tercio de Lombardía. Con questo Maestre, il Tercio de Saboya si unisce alle truppe che, al comando del Generale D. Martin de Aragón, si introducono nel Piacentino con una forza travolgente, in conseguenza della quale, sotto la pressione dell’Esercito del Re spagnolo, i Francesi sono costretti a ritirarsi precipitosamente da Rotofredo per rifugiarsi a Piacenza.Le piazzeforti di Borgonovo, Rodabò, Castello di Campo Remole, Fiorenzuola, Borgo San Donino, Castelmaggiore, Monticello, Buseto Cibel, Roccabianca, Sussa, Soragna e Santo Stefano aprirono successivamente le porte alle insegne del Tercio de Saboya, che concludeva così l’anno con una serie di successi.

3. REGOLAMENTO

Tenendo conto degli antefatti precedentemente esposti, si procede ora ad esporre in forma più dettagliata una serie di aspetti concreti, in modo da fornire un’immagine più chiara e precisa di come si sia potuto dispiegare il Tercio de Saboya la mattina del 22 giugno 1636.L’ultima e più completa ordinanza a carattere generale riguardante i Tercios fu promulgata il 28 giugno 1632. Essa raccoglie una serie di norme e criteri già promulgati nel 1603 e nel 1611 e non ancora applicati. Di carattere eminentemente riformista, l’ordinanza mira a stabilire le regole necessarie per allontanare dai Tercios il vizio, la corruzione, il disordine e l’indisciplina che li avevano travolti durante gran parte del regno di Filippo III.Vanno anzitutto messi in evidenza due meccanismi. Il primo che stabilisce e regola con precisione quello che, oggi, si chiamerebbe un profilo di carriera. Il secondo, di grande efficacia e rilevanza, introduce un’ampia gamma di incentivi economici, fondamentali per mettere fine alla scarsità di effettivi ereditata dal regno precedente.Tuttavia, l’ordinanza non osa intervenire sulla struttura organica dei corpi stessi. In questo modo viene mantenuta la struttura basilare del Tercio quale raggruppamento di compagnie e non si interviene sugli aspetti essenziali, né sul sistema di cambio.

A) ORGANIZZAZIONE

In base alla suddetta ordinanza, un tercio di fanteria spagnola (a differenza di quelli italiani e fiamminghi) era costituito da 12 compagnie di 250 persone ciascuna. Queste compagnie erano formate da 90 lancieri (picche), 89 archibugieri e 60 moschettieri, a cui si aggiungeva uno Stato Maggiore composto da: un capitano con il suo paggio, un alfiere con il suo portabandiera, un sergente, due tamburini, un pifferaio, un cambusiere, un barbiere e un cappellano. Nell’ottavo articolo, come elemento di modernità, viene sancita la scomparsa delle banderas (compagnie) di archibugieri che passeranno ad essere “di picca”, ma con un notevole incremento nella loro potenza di fuoco. Scompare in questo modo una delle antiche peculiarità dei Tercios: l’esistenza di due classi di compagnie.Nonostante quanto indicato, in realtà, a parte alcune sporadiche eccezioni, nessuna compagnia dispose mai di più di 120-150 uomini, che venivano assegnati in parti uguali a ciascuna specialità (picche, archibugi e moschetti). Un chiaro esempio di adattamento a questa realtà sarà l’Ordinanza del maggio 1685, secondo cui le compagnie sono di 72 uomini, ugualmente suddivise in tre parti ed assegnate alle tre specialità. Nel 1699 viene emanata l’ultima riforma, in cui il numero di effettivi scende a 44, molto vicino a quello che avranno le compagnie di quelli che saranno i reggimenti nel corso del XVIII secolo.Anche la cavalleria fu coinvolta: gli uomini d’armi abbandonarono le loro pesanti lance e spade, ricevendo in cambio due pistole e una spada con guardia a tazza e bracci sporgenti. Essi abbandonarono anche gran parte della loro armatura, rimanendo solo con le piastre per il torace e la schiena, sostituendo il casco con visiera e celata con la celata alla borgognona. Allo stesso tempo cambiarono la loro denominazione in “caval corazzati”, dando vita a compagnie di 60 uomini.Gli archibugieri a cavallo furono equipaggiati con carabine moderne che sostituirono i pesanti archibugi che avevano, fino ad allora, portato. Partono così in uniforme, armati ed organizzati come i cavalli “caval corazzati”, ricevendo il nome di “caval carabine”. Nel 1638 compaiono per la prima volta, come loro continuazione ed eredi, i Dragoni.Le compagnie di cavalleria furono raggruppate in unità chiamate “pezzi” (trozos) che ne includevano da 4 a 6.

B) UNIFORME

In questo ambito si fecero realmente grandi sforzi per dotare la truppa di un abbigliamento uniforme e degno che,  possibilmente, avesse un effetto positivo sul morale. Quest’ordinanza dispose la sostituzione delle calze tagliate con i calzoni greguescos di panno giallo e l’adozione di mezze calze di lana rossa e di calzature di pelle bovina nel suo colore naturale, legate con nastri rossi; ogni soldato ricevette anche un giubbotto giallo a falde larghe e la hungarina, un mantello con le maniche aperte, confezionato uniformemente in panno di colore bruno; il copricapo era il cappello alla vallone o chambergo, adornato di piume di colore rosso. I lancieri avrebbero ricevuto copribraccia e carnieri, così come manopole di ferro con cui sarebbero stati più protetti e sicuri. Un’altra importante innovazione fu l’introduzione delle doppie bisacce da portarsi appese al collo, una davanti e una dietro. Il pizzetto e i baffi divennero di uso comune.

C) GRADI E DIVISE

La sovracitata stabilì che, per ricoprire le cariche vacanti da maestre de campo ad alfiere, fossero requisiti necessari l’aver prestato servizio attivo negli eserciti di Sua Maestà e che le nomine ricadessero su coloro che detenevano il grado immediatamente inferiore; così per essere nominato maestre de campo era necessario aver servito ed essersi distinti otto anni come capitano; per essere nominato capitano era richiesto un servizio di almeno sei anni come soldato e tre come alfiere, oppure sei anni effettivi di guerra, nel caso si fosse cavalieri dai nobili natali. Per essere alfiere era assolutamente imprescindibile avere alle spalle due o quattro anni di servizio effettivo, a seconda se di nobili natali o meno.Lo Stato Maggiore generale continuò ad essere composto da capitani generali, tenenti e commissari generali, dove questi ultimi avevano funzioni simili a quelle degli attuali ispettori di ciascun Corpo o Arma. Compare altresì un nuovo grado: il Sergente Maggiore di Battaglia, simile a quello che sarebbe più tardi diventato un generale di divisione.Si trattò di regolamentare i distintivi e le divise di ciascuna classe. Così per i generali si scelsero il bastone di comando e la fascia cremisi con frange dorate che doveva essere indossata di traverso dalla spalla destra al fianco sinistro. Anche gli ufficiali portavano una fascia cremisi, ma annodata alla cintura e senza frange dorate ed erano altresì identificabili dalle piastre su torace, collo e schiena indossate sopra l’uniforme. Il cinturone a cui era fissata la spada doveva essere foderato di velluto rosso per distinguere capi e ufficiali; per i sergenti si stabilì che indossassero una ginetta di lana (alcuni nastri colorati) sulla spalla destra e un’alabarda per le formazioni.

D) LE BANDIERE

Questo documento sul periodo della battaglia di Tornavento, che comincia con il regno di Filippo IV, verrà proseguito con una descrizione delle regole e delle consuetudini esistenti nell’ambito dell’uso e della confezione delle bandiere dei  tercios e delle compagnie.Da questo punto di vista, in quest’epoca venne data un’importante disposizione, secondo cui i panni delle bandiere avrebbero, in futuro, dovuto essere di damasco rosso con al centro, bordata, l’immagine della Vergine. Inoltre le bandiere del tercio e della compagnia avrebbero dovuto essere uguali. Tuttavia, da quanto si può osservare nella maggioranza dei quadri e delle incisioni dell’epoca, questa disposizione trovò scarsa applicazione nella realtà e la croce di Borgogna continuò a comparire in molte di esse, anche seppur in bianco per meglio risaltare sul fondo rosso. Gli stendardi della cavalleria continuarono ad essere di colore giallo con la croce di Borgogna, a cui vennero aggiunte immagini devote come ornamento.

E) L'ARMAMENTO

Le picche costituiscono, innegabilmente, un elemento essenziale del tercio, soprattutto in terreno aperto e quando la cavalleria nemica era superiore alla propria, ovvero in una situazione in cui archibugieri e moschettieri erano piuttosto vulnerabili. I lancieri costituivano il vero cuore dell’unità e di loro si avvalevano le bandiere del tercio, gli emblemi dell’onore dello stesso.Le picche dovevano misurare ventisei o ventisette spanne spagnole (sei metri) e, comunque, mai meno di venticinque. Il materiale di cui erano fatte raggiungeva il suo massimo spessore poco sopra la metà dell’asta, per assottigliarsi verso le estremità. Il modo normale di portarle era sopra la spalla, sempre la destra, ad eccezione della fila sul lato sinistro della formazione che la tenevano da questa parte. Si “impennavano” solo quando l’unità si fermava.In azione erano usate in due modi. Davanti alla cavalleria si disponevano angolate a 45 gradi, con l’estremo inferiore circa un piede al di sopra del terreno. Si sollevavano con la mano sinistra, mentre la destra poggiava sull’impugnatura della spada, pronta a sguainarla.Contro la fanteria si tenevano parallele al suolo, ben salde nella sinistra, all’altezza dello stomaco, mentre la destra le impugnava davanti al fianco. Per ferire, si portava avanti l’arma, avanzando al tempo stesso con il piede sinistro e, successivamente, con il destro. Se era necessario dare maggiore impulso, questa mano impugnava con forza la picca lungo la sinistra in un’azione meccanica che veniva ripetuta finché uno due avversari non cedeva.

Le alabarde erano un’arma puramente difensiva con la quale venivano equipaggiati alcuni lancieri delle compagnie a seconda dell’azione da compiere e che distinguevano i sergenti.Il compito di questi lancieri era di “coprire le spalle” degli archibugieri distaccati su terreni accidentati o dominanti e che usavano uno spiegamento più flessibile, agile ed aperto che mal si adattava all’uso della picca. Essi difendevano, inoltre, le bandiere dell’unità oppure si impegnavano in combattimenti in spazi ristretti o in assalti. Quando non erano in uso, andavano nel treno logistico della compagnia.

L’ultima arma bianca da menzionare è la spada. In realtà era quasi un’appendice del soldato, che se ne considerava inseparabile sia in guerra sia in pace, in quanto costituiva il simbolo stesso della nobiltà della sua professione. Tatticamente aveva importanza soltanto negli inseguimenti per la mobilità che procurava, motivo per cui si diceva che “era l’ultima che di solito dà l’ultimo taglio nelle battaglie”, e nelle encamisadas che erano colpi di mano o imboscate notturne a cui gli Spagnoli erano molto affezionati. Era, poi, imprescindibile, negli assalti.Passando alle armi da fuoco, è necessario citare in primo luogo l’archibugio, dal momento che l’uso generalizzato del moschetto non si avrà prima della seconda metà del XVII secolo e poiché in questa arma e nella maestria nel suo uso risedette per più di un secolo la superiorità dell’esercito della monarchia spagnola. Con questi si pose fine all’egemonia dei modelli precedenti: la nobile cavalleria francese e i lancieri svizzeri. L’archibugio si adattava perfettamente all’idiosincrasia propria degli Spagnoli: idoneo per uomini non particolarmente alti, ma nerboruti ed agili, veniva utilizzato soprattutto in spiegamenti relativamente aperti e in distaccamenti, colpi di mano, sorprese ed imboscate che richiedevano un’elevata dose di iniziativa individuale.

Gli archibugieri avevano un cannone di quattro spanne spagnole e mezza (un metro) di lunghezza e lanciavano palle che andavano da tre quarti di oncia ad un’oncia (da 21,5 a 28,7 grammi), a seconda dei modelli. Era meglio lasciarli senza brunitura “perché non rilucessero e fossero visibili a distanza”. Il loro uso abituale era su obbiettivi situati da quindici a venti metri, dal momento che a distanze superiori ai trentacinque, quaranta metri non erano più efficaci. Si raccomandava che la culatta fosse dritta, sebbene, talvolta, l’avessero curva, nel qual caso si sparava appoggiandola al petto e non alla spalla. La procedura abituale era caricare l’arma con mezza oncia di polvere e misurare “con il secondo dito della mano destra”, la lunghezza della miccia che si metteva nella serpentina. La munizione si portava in una borsa, sebbene in combattimento l’archibugiere fosse abituato a mettersi in bocca un paio di palle per caricare più rapidamente e la polvere in due boccette di dimensioni diverse. La grande per caricare l’arma; la piccola per alimentare la pipa. Essa poteva anche essere divisa in sacchetti appesi ad una tracolla – i “dodici apostoli”-, ciascuno dei quali conteneva il necessario per un tiro. L’uomo si trasformava così in una polveriera ambulante, cosa che procurava non pochi incidenti. L’equipaggiamento, o recado, dell’archibugiere si completava con uno stampo per fondere le palle. Egli doveva, inoltre, essere capace, in caso di necessità, di intrecciare personalmente la corda usata come miccia.

Da ultimo abbiamo il moschetto, la cui introduzione nei tercios per mano del Duca d’Alba nel 1567 scatenò una piccola rivoluzione, dal momento che fino ad allora si impiegava esclusivamente come arma difensiva nelle fortificazioni, tirando “dal parapetto”. Il cannone era di sei spanne spagnole (1,35 metri) di lunghezza. Sparava una palla (pelota) di un’oncia e mezza o due (da 43 a 57,4 grammi), il doppio di quelle di un archibugio e i suoi spari attraversavano uno scudo “forte” o qualunque armatura, cosa che l’archibugio non riusciva a fare. Di solito ogni archibugiere aveva in dotazione venticinque spari. Con una portata effettiva di settantacinque metri, il moschetto aveva una portata tripla rispetto all’archibugio. Almeno finché non si riuscì ad alleggerirlo, richiedeva lo sforzo di portare un supporto (forcella) per sparare. Erano necessari fino a quarantaquattro movimenti diversi per caricare l’arma, cosa che si complicava ulteriormente se si doveva sollevare la forcella, la bacchetta e l’arma allo stesso tempo. La cadenza non era mai superiore ad un tiro al minuto e circa il cinquanta per cento degli spari non venivano neppure prodotti.

F) TATTICHE E PROCEDIMENTI

Sulla base di quanto detto in precedenza, si può sintetizzare dicendo che le compagnie e i tercios contavano su quattro tipi diversi di armi, non contando la spada. Ciascuna di queste aveva i suoi inconvenienti e i suoi vantaggi: il lanciere con la picca era eccellente di fronte alla cavalleria, mentre, per le sue dimensioni, la sola picca copriva uno spazio lungo e stretto davanti a sé, motivo per cui i fianchi e la retroguardia erano molto vulnerabili; il lanciere con l’alabarda era più mobile di quello con la picca, ma non poteva resistere nel corpo a corpo a causa della minore lunghezza dell’arma; l’archibugiere poteva attaccare impunemente i lancieri avversari; d’altra parte il moschettiere disponeva di un armamento molto più offensivo dell’archibugiere, ma meno facile da maneggiare. Entrambi potevano, in campo aperto,  essere battuti da cavallerizzi risoluti e, nella confusione, da lancieri. Entrambi richiedevano, inoltre, spiegamenti aperti per caracollare. Certamente, combinando adeguatamente le quattro specialità in modo che ciascuna spiegasse il suo potenziale e sopperisse alle carenze delle altre, si costituiva una poderosa macchina da guerra: il Tercio.I moschettieri apportavano fuoco a maggior distanza e di maggior calibro; gli archibugieri la loro agilità e flessibilità; quando questi si allontanavano dal grosso della truppa, gli alabardieri li appoggiavano; i lancieri, con la loro solidità, contribuivano a completare il sistema.L’articolazione di elementi tanto diversi era una scienza a sé, l’arte dello “squadronare”, a cui si dedicarono all’epoca libri interi. L’idea era abbastanza semplice: disporre i quattro tipi di arma in modo tale da ottenere da ciascuna di esse il migliore rendimento e facendo dell’insieme “un castello forte in campo piano”.

La formula a cui si fece ricorso per soddisfare questi requisiti fu lo squadrone.Nella sua modalità basilare questo si componeva di quattro lancieri, ai loro lati si disponevano le cosiddette “guarnigioni”, integrate da parte degli archibugieri. Era consigliabile che non avessero un fronte formato da più di cinque uomini, dal momento che questa era la distanza massima coperta dalla picca. Infine, sugli angoli vi erano le “maniche”, costituite dal resto degli archibugieri del tercio. Il loro compito era agire ad una certa distanza dal grosso dell’unità, o meglio proteggere questo come fanno le torri con il corpo di un muraglione. Quanto ai moschettieri, questi si situavano dov’era più opportuno, ovvero possibilmente al riparo di qualche ostacolo come un fossato o una parete, oppure insieme agli archibugieri. In questo modo tutte le armi si aiutavano reciprocamente.Per costituire lo squadrone si ricorreva a varie formule matematiche, cosa di cui si incaricava il sergente maggiore del tercio, sebbene ci fossero sempre delle basi immutabili per questi calcoli. Si pensava che, in media, ogni soldato fosse al centro di un rettangolo di tre piedi di larghezza e sette di lunghezza. Uno lo occupava l’uomo stesso; uno su ciascun lato lo separava dai suoi compagni di riga e tre davanti e tre dietro dai suoi compagni di fila.Le bandiere si situavano al centro e occupavano uno spazio doppio di una riga di picche. Per motivi di sicurezza, i lati della riga che formavano erano chiusi da lancieri.Lo squadrone si formava sempre “alla sorda”, in silenzio al fine di evitare confusione, e di corsa. Le modalità basilari erano lo squadrone “quadrato di terreno”, quello “della gente” e quello “prolungato” che, a sua volta, poteva essere di fronte largo o stretto.

4. CONCLUSIONI

Tenendo conto di quanto esposto in precedenza, si ottiene un’immagine molto più nitida di come, impassibile ed altero, il Tercio de Saboya avanzò con atteggiamento di sfida di fronte al nemico la mattina del 22 giugno 1636. Queste pagine servano ad esprimere il profondo riconoscimento ed orgoglio che gli attuali eredi sentono di fronte a coloro che quel giorno d’estate rigarono con il loro sangue, versato con orgoglio e fierezza, le acque del Ticino.Speriamo umilmente che questo lavoro di compilazione possa servire a migliorare la conoscenza di questo vecchio, mille volte caduto e altrettante risollevatosi Tercio de Saboya. Possano ricordarlo coloro che per tanto tempo furono parte della stessa Corona e in difesa della cui indipendenza ed identità esso profuse tanto sacrificio, fatica e sforzo!

Testo tradotto e adattato da Chiara Benati